Hey, you! Are you there?

ad un certo punto del mio percorso di recupero da alcuni problemi mi sono accorta di alcune cose, ho realizzato di aver creato per me stessa una routine di self care e di attenzioni per me stessa che non avrei mai pensto di poter fare.

è incredibile come una persona può prima farti del bene, poi del male andandosene senza spiegazioni ma poi di nuovo del bene, sempre restando lontani ma facendoti capire che a cambiare, tra le varie, forse devi essere anche tu.

a volte vorrei il tuo ritorno, sai?

passando oltre, io vorrei dirvi alcune cose. importanti.

è fondamentale lavarsi i denti tutti i giorni e lavarsi i capelli almeno due volte la settimana.

è fondamentale essere sempre pronti (estote parati!) per ogni occasione. Una mia grande amica (se leggi sai chi sei) l’altro giorno mi ha detto: “ma non hai le gambe depilate scema, truccati, sorridi, esci”.

ecco, appunto.

nuovo mantra: truccati, depilati le gambe, esci di casa.

e smettila di lamentarti in ogni occasione.

ma non solo, trattati bene. ad esempio io domani vado a farmi i capelli, ah. mogano come ai vecchi tempi gloriosi.

ad un certo punto vi renderete conto che sarete più belle, anche se siamo tutti bellissimi di fatto.

è importante anche avere il coraggio di fare alcune all’apparenza stupide. ma se ci rendono felici non vedo perchè no.

Mangiare il gelato a cena? perchè no? basta non scofanarsi 150 gr di pasta appena dopo. Non ci sono regole per quanto riguarda la ricerca della felicità. soprattutto se ciò invoca gelato.

poi un’altra cosa che ho imparato questi giorni è un’altra: non bisogna necessariamente copiare le routine di self care delle tipe americane o australiane  o inglesi o altro su youtube anche perchè la maggior parte delle volte i prodotti che pubblicizzano non si possono spedire in Italia.

inoltre, è importante decidere per se stessi come si vuole mangiare e dormire. due cose assolutmente fondamentali nella vita, almeno la mia.

mangiare: se vuoi essere vegano, sii vegano. non ascoltare quelli che ti sbattono il bacon in faccia, ecco magari fatti aiutare. da uno bravo, che non ti faccia stare male rifilandoti tofu a go go.

dormire: devi andare a dormire consapevole. consapevole di aver passato una bella giornata ma non a letto a deprimerti, fuori a divertirti.

ora sono stanca, ma andrò avanti questo post avrà una parte due. e sarà lunga.

 

stayy tuneeed.

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Il Beltrade, il buio nella sale e il purismo nel cinema.

Andare al cinema è sempre un’emozione. Lo schermo enorme, I pop corn, le luci spente che ti trasportano in mondi lontani, alle volte irraggiungibili e distanti.

Il cinema è un mondo magico. Ma per restare tale andrebbe rispettato e, purtroppo, al giorno d’oggi spesso non succede.

Nel film The Dreamers di Bertolucci (2008), Matthew dice

Ero diventato membro di quella che in quei giorni era una specie di massoneria, la massoneria dei cinefili, quelli che chiamavamo malati di cinema. Io ero uno degli insaziabili, uno di quelli che si siedono vicinissimi allo schermo. Perché ci mettevamo così vicini? Forse era perché volevamo ricevere le immagini per primi, quando erano ancora nuove, ancora fresche, prima che sfuggissero verso il fondo, scavalcando fila dopo fila, spettatore dopo spettatore, finché, sfinite, ormai usate, grandi come un francobollo non fossero ritornate nella cabina di proiezione.

Ecco, io ritengo di far parte di questa massoneria di cinefili, ma ormai sono quasi ritenuta obsoleta dai più. Per molti, infatti, il film finisce appena iniziano I titoli di coda. Per me finisce quando lo schermo cambia colore e passa da un nero pece a un grigio spento e si riaccendono le luci. La massoneria esiste ancora, solo che non si vede.

A questo punto vien da chiedersi come mai siano così tanto cambiate le cose a riguardo.

Partiamo dall’inizio. Fino agli Settanta circa, quelli che noi chiamiamo titoli di coda erano titoli di testa: alla fine del film, solitamente, campeggiava una foto della casa di produzione con la parola “fine” disegnata sopra. Adesso I titoli sono alla fine (e più lunghi). Ci sono film in cui durano anche più di dieci minuti, soprattutto quelli per cui c’è bisogno di tanti stunt ed effetti speciali.

I titoli di coda sono essenziali perchè contengono non solo I nomi di chi ha lavorato a un film e reso possibile l’uscita del film ma anche come e dove è stato girato il film stesso.

Vi è mai capitato di chiedervi dove sono stati girati certi film bellissimi? Ecco, I titoli di coda ve lo dicono senza bisogno di dover cercare su Internet appena arrivati a casa. Stessa cosa vale per la misura della pellicola e il colore (c’è una grande differenza tra una pellicola Kodak e una Tech, ma questa è un’altra storia). Nella maggior parte dei casi, almeno in Italia dove le luci si accendono quasi sempre subito, chi resta seduto li fino all’ultimo è perchè deve guardare gli ultimi messaggi che gli sono arrivati o come stanno andando le partite di calcio.

A pochi interessano i titoli, anche se sono fondamentali perchè mettono in luce il lavoro di tanti, tantissimi. Ci sono moltissime persone che partecipano ad un film senza nemmeno stare sul set o vedere gli attori. Eppure senza di loro quel film non ci sarebbe. Restare seduti a guardare i loro nomi porta rispetto.

Nei grandi cinema poi usa molto trasmettere la pubblicità a metà film: serve perchè così le persone vanno a comprare altri pop corn o merendine varie non tanto per cambiare pellicola. Ormai è tutto o quasi in digitale non ce ne sarebbe bisogno. Alcuni film d’essai poi sono così vecchi che si possono vedere direttamente da dvd anche al cinema per decadenza di copyright. Il problema però resta: il riaccendersi delle luci, I cinque minuti di pausa tra un tempo e l’altro fanno perdere la magia del momento, tutto si interrompe e va ripreso da capo. Al giorno d’oggi in cinque minuti con un telefonino accesso in mano si possono scoprire un sacco di cose, leggere miriadi di messaggi e portare la mente altrove.

Non a caso i cinema sono sempre più vuoti e i siti streaming impazzano sul web.

Alcuni cinema, definiamoli più indipendenti, invece, non stanno al gioco e spengono tutte le luci, facendo scorrere lento il film fino alla fine, fino all’ultimo sospiro senza interrompersi mai. Titoli di coda inclusi. Uscendo da queste sale si ha quel senso di dispersione e confusione momentanea, quasi non si riesce a capire dove si è e perché.

In questo caso il buio è un elemento fondamentale. Il buio impone di restar seduti ad aspettare. Qualunque essere umano moderno si rifiuta di andare controcorrente in situazioni sociali ben definite. Se da sempre al cinema ci si alza quando le luci sono accese ed è buio si sta seduti. Marc Augé e Zygmunt Bauman parlano chiaro in questo senso: l’uomo è un animale sociale e si conforma a quanto gli sta intorno. Se non lo fa diventa outsider e soffre, quindi preferisce conformarsi. Nel frattempo, però, chi sta seduto non può far altro che leggere I titoli di coda e chissà, magari scoprire subito dove è stato girato un film.

Se siete di Milano, miei cari follower, andate al Beltrade. Loro sì che rispettano questo purismo cinematografico che tanto amo e lo fanno da Dio. Loro I film li fanno vedere sempre e dico sempre in lingua originale e non accendono mai le luci a caso. Inoltre I prezzi..sempre popolari!

The Book Club

Okay, here I am again. You missed me? I did, actually.

I missed having the ideas, the need to write. The need to be.

I miss being myself. I miss my lazy days at the movies, I miss writing.

I miss my old life, a life without so many worries.

I wanna be alive again.

A New Beginning

okay, so. a lot of times I told myself I had to start over. Like, for real girl. You need to change that, or this. or whatever. But, to be honest, it never really worked. To this day, at 26, I still don’t believe in myself fully. it is wrong. so damn wrong.

you have to believe in yourself. anyway, this week I have received loads of porte in faccia which means pies in the face, a door in the face. I hit rock bottom. mentally, at least. I thought I couldn’t do it. I still do, actually.

I was stuck thinking I only had some kind of friends, a kind of life I used to like. I felt comfy but not anymore. Now I feel alone, stupid in a way, and stuck. so stuck.

Now I have, I want, I need to change all of this. I will take all the advantage I can on the trip to Vienna in order to become a better me. 

I want to fit in, you know?

Operai, Dirigenti, Sindacati e Felicità. Ecco perché dovremmo parlare di più tra di noi.

Nel 1961 Edgar Morin e Jean Rouche andarono in giro per Parigi portandosi appresso una telecamera. Volevano documentare, dal punto di vista meramente sociologico e oggettivo, la vita quotidiana dei parigini. In alcuni casi, facevano loro delle domande.

Una di queste è fondamentale per capire la società di allora, ma anche quella di oggi, eccola:

ma lei è felice?

Le risposte furono più disparate, ma la più importante risultò essere una soltanto: il pianto ininterrotto di alcuni passanti, colti di sorpresa ma allo stesso tempo profondamente reali. E, lasciatemelo dire, umani.

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E. Morin e J. Rouche

Pianto ininterrotto. Ecco, questo pianto probabilmente rappresenta lo stato d’animo di molte, moltissime persone prima di allora, adesso, in futuro.

Perché? Non si sa, o meglio un’idea ce l’ho.

L’uomo fin da sempre lavora. Lavora per mangiare, lavora per vivere, lavora per poter metter su famiglia. Ma questo porta felicità all’individuo in questione? Non sempre.
Ho avuto il privilegio di viaggiare in business class in aereo recentemente il che significa accesso alle lounge aereoportuali e vicinanza con veri businessman. Ho osservato ore e ore di volo queste persone. All’apparenza eleganti, semi sorridenti, gentili si sono rivelati soli, tristi, arroganti. Molti hanno sorvolato l’intero oceano piangendo, chiedendosi cosa avessero fatto di male. Eppure guadagnano un sacco di soldi (ho avuto la faccia tosta di chiedere, si), hanno grandi case e belle macchine.

Stessa cosa vale per quelle persone che magari non devono viaggiare in business perchè non richiesto dal lavoro che svolgono, ma portano comunque la pagnotta a casa. Tutti, però, non sono (o meglio non dimostrano di essere) veramente felici.

Facciamo un bel salto indietro nel tempo. Siamo in un’Inghilterra che, a detta di Dickens è triste, grigia e uggiosa.

Era il tempo migliore e il tempo peggiore, la stagione della saggezza e la stagione della follia, l’epoca della fede e l’epoca dell’incredulità, il periodo della luce e il periodo delle tenebre, la primavera della speranza e l’inverno della disperazione. Avevamo tutto dinanzi a noi, non avevamo nulla dinanzi a noi; eravamo tutti diretti al cielo, eravamo tutti diretti a quell’altra parte. (incipit di Racconto di due città)

Insomma, le fabbriche sputavan fuori tanto fumo, i bambini venivano sfruttati perchè avevano le manine piccole e i corpi pure per cui potevano arrivare praticamente ovunque nelle miniere. Anche le donne lavoravano, sotto orribili condizioni, ma anch’esse portavano a casa qualcosa.
Le città erano sporche, zuppe di malattie e malessere olfattivo. I romanzi dell’epoca parlano chiaro, la gente tanto felice non era.
Ma siamo comunque profondamente attratti dall’epoca, se no non ci sarebbe un’intera cinematografia a riguardo, seppur triste. Le biblioteche non sarebbero colme di libri piegati dalle lacrime. Le nostre orecchie non sarebbero deliziate da Chopin o Beethoven. O sbaglio? Ho come l’impressione che l’individuo moderno sia attratto dalla tristezza, la faccia propria.

Prendo a esempio calzante il Titanic, non è che essere ricchi vuol dire essere felici, vero Rose?

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Scena del Titanic (1997) in cui Rose vuole morire.

Il mio discorso, però, non vuole vertere necessariamente verso le acque dell’antartide bensì tornare in Inghilterra, o meglio usarla come punto di partenza.

Se tutti fossero felici davvero con un pò di pane in tavola e un letto dove dormire perché gli architetti cominciano a progettare, sempre in periodo industriale, i cosiddetti orti operai? Perchè nacque la tredicisma? Semplice, per provare a rendere più felici le persone.

La ricerca della felicità, o più in generale il benessere delle persone, ha spinto fin da subito gli operai delle fabbriche in questione ad associarsi tra loro, a fare riunioni e discutere su come fosse possibile migliorare la situazione in cui lavoravano.

Infatti, anche grazie al processo tecnologico, le cose nelle fabbriche sono migliorate.

No, hei aspetta un momento.
No, le cose non sono cambiate. Anzi, forse sono addirittura andate all’indietro rispetto come dovrebbero. Prendiamo un treno immaginario e facciamo un salto in Italia.

In Italia le cose non sono mai state semplici, ma almeno c’era la FIAT. In moltissimi emigrarono al Nord per cercar fortuna in fabbrica, per poi stabilirsi li con la famiglia. Se si pensa che gli Anni erano quelli in cui i nonni erano appena tornati dalla guerra si capisce che la situazione trasporti nel Bel Paese non è la stessa di ora, il boom economico si stava facendo attendere e il telefono era quello pubblico.

Non era facile lasciar indietro migliaia di chilometri tutta la propria vita per potersi mantenere.

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Mimì metallurgico ferito nell’onore (1972)

I movimenti operai degli Anni Settanta, così come il terrorismo, dimostrano quanto un boom economico possa cambiare ben poco le cose.

Tornando ai giorni nostri, ci vuole una specializzazione (laurea o meno non importa) per fare qualsiasi cosa, anche girare le manopole o schiacciare bottoni. Il che è giusto, non esiste essere tutti degli Homer Simpson sia chiaro (nome non a caso, capelli di Marge non a caso ma tralasciamo). Bisogna che ogni persona che lavora all’interno di un qualunque edificio conosca alla perfezione le regole di sicurezza e quelle generali che lo caratterizzano, se no non funziona. Eppure non succede in tutti i posti di lavoro.

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Home Simpson

I sindacati per cui tanto si è lottato durante il Ventennio (erano stati aboliti dalle Fascistissime nel ’25), di cui si è ben scritto sulla Costituzione (e menomale) non sono più quelli di una volta, legati davvero al lavoratore. Sono, a dirla tutta, legati tanto tantissimo alla politica (interna ed esterna), ai soldi e all’apparenza. In realtà, far parte di un sindacato dovrebbe servire a lottare per rendere migliore un posto di lavoro, più sicuro ed equilibrato.

I morti sul lavoro si accumulano perché non si è in grado di legalizzare nulla, tutto deve essere sommerso e disconosciuto. Fa paura pensare di rischiare di morire sul posto di lavoro nel 2018. Sono già 400 le persone (dichiarate) morte in questo ambito, ed è Luglio!

I contratti vengono tagliati, i livelli congelati, le persone litigano tra loro per le ferie e ci si lamenta solo e soltanto su Facebook (o quasi).

Movimenti come Autonomia Operaia non esistono più ed è onestamente un peccato, magari alcune cose sarebbero diverse. Magari no.

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Autonomia Operaia, Milano 1975

Resta il fatto che non se ne può più di queste morti bianche taciute, nascoste sotto il tappeto come fossero polvere.

Le fabbriche, d’altro canto, sono gestite da manager e dirigenti, i quali devo dire non sembrano molto cambiati rispetto a prima, anche se alcuni si sono adeguati alle regole.

Non apro il discorso mafia perchè già così potrei scriverci un libro, meglio lasciar perdere. Ma il problema esiste e bisogna parlarne ad alta voce.

Anche i manager e i dirigenti hanno i loro sindacati e ultimemente sono di buon uso per quanto riguarda i lincenziamenti improvvisi e le buone uscite.

Insomma, non è facile per nessuno e la felicità di cui sopra proprio non sembra arrivare. 8 ore di macchinaria ripetitività, gente che corre alla pensione senza accorgersi che sta ancora dormendo, è tutto un sogno.

Il lavoro davvero aliena le persone, anche quelle che fanno il lavoro dei propri sogni, sapete? Sempre incollati all’attesa che qualcosa cambi, tutto uguale ripetitivo, asettico.

Mussolini aveva imposto il dopolavoro per far socializzare le persone, in parte aveva anche funzionato (a suo discapito, ah ah) ma adesso le cose sono diverse.

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Adesso l’individuo che lavora, o studia, cerca la tranquillità, la pace interiore nella solitudine. Anche per via della profonda stanchezza che la ripetitività suddetta impone all’individuo stesso. Se tutto è uguale, l’uguale stanca.

A me, però, dispiace. Si va sempre meno al bar, ci sono sempre meno persone che imprecano per la discesa d’assi e le vacanze al mare con gli amici.

C’è sempre meno dialogo tra le persone, ed è un peccato. Tutti siamo alla ricerca della felicità, ma se andiamo avanti così sarà dura trovarla.

Parliamoci di più, di cose serie come questa. Come il lavoro.

 

Questo si che è un argomento serio, da non tralasciare.

Ian Curtis, la solitudine e un bicchiere di troppo in riva al mare.

I Joy Division erano pronti a partire per un tour lunghissimo negli Stati Uniti, persino il pullmino bianco era già stato caricato, quando arrivò la notizia. Ian Curtis aveva deciso di porre fine alle proprie sofferenze, impiccandosi allo stendino di casa. Era il 1980. I Joy Division avevano appena quattro anni, Ian neanche 23.

Aveva vissuto una vita grigia tra le vie di Macclesfield, Inghilterra del Nord (vicino Manchester), studente bravo e diligente aveva ricevuto una borsa di studio. Per la poesia aveva molto talento, per la matematica un pò meno. I genitori facevano parte di quella che allora veniva definita working-class, ovvero nè troppo ricchi, nè troppo poveri.

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Sam Riley in Control (2007), film sulla band.

Intanto che frequentava le scuole medie, cominciò a fare volontariato per la comunità, in particolare aiutando le persone anziane alle quali, per puro divertimento, rubava le medicine prescritte dai medici così da poterne abusare con i suoi amici (il padre, una volta, fu costretto a portarlo all’ospedale per una lavanda gastrica) come fosse droga comune. Tentò il college, ma si stufò presto, senza mai abbandonare l’interesse per le arti e la moda che protrarrà per il resto della sua breve vita.

Anche la musica, in particolare cantanti controversi come Jim Morrison, era di suo estremo interesse, tanto che riuscì a lavorare in un negozio di dischi per poi passare all’agenzia dell’impiego di Macclesfield.

Nel frattempo si era sposato (1975) con Deborah, sua coetana, dalla quale avrà una figlia nel 1979. La famigliola si trasferisce prima a Chadderton, poi Oldham e infine Macclesfield, in Barton Street al 77 (attualmente luogo di culto per i fan del gruppo).

Tornando alla musica, nel 1976, fonda una band di genere new wave (molto simile al punk) per la quale scriverà canzoni, farà da cantante e talvolta chitarrista. Ispirati da The Doors e Sex Pistols avranno grande successo, almeno all’inizio, per poi tornare nell’ombra della nichia indipendente alla morte di Ian nel 1980, come raccontato in precedenza. Più famosi (o sarebbe meglio dire più longevi?) saranno i New Order, nati dalle ceneri dei Joy Division stessi.

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Ian non avrà vita facile. Intorno ai vent’anni comincia a soffrire di epilessia, una malattia che all’epoca non era ancora così conosciuta come adesso, non si sapeva la formula di medicinali adatti ma soprattutto..si facevano sperimentazioni su soggetti malati con vari mix dei suddetti, portando molte, moltissime persone (tra cui Ian) alla depressione e spesso alla morte.

Ian descriveva il proprio dolore attraverso poesie musicali bellissime, compreso il fatto che non stava più bene con se stesso, con Deborah e con la sua bambina. Anche se nel profondo del suo cuore le amava tantissimo.

Le sue canzoni parlano di una malattia tenuta nascosta a tutti, di un amore perduto e di un malessere interiore che in pochi sono riusciti a mettere sotto forma di musica.

Non è facile dire al mondo che si sta male, che si soffre, che ci si sente soli. Ma soprattutto non è facile dirlo e sentirsi rigettati, non capiti o lasciati comunque da soli, nonostante tutto. Questo è quello che provano milioni di persone (me inclusa, eh) tutti i giorni, a tutte le ore.

Ian non ha ricevuto le cure mediche giuste, su questo non ci piove. Intanto, i dottori gli avevano detto di non bere più e di rallentare con i concerti (epico quello ad Amsterdam, sublime il Parigino) ma lui non diede retta a nessuno. In un diario dice addirittura che bere in riva al mare è una delle sue cose preferite, molto rock and roll se si vuole, ma nocivo alla salute.

Ad un certo punto succede un’altra cosa. Deborah si accorge che Ian potrebbe essersi innamorato (non lo sapremo mai veramente, anche se a mio parere She’s lost control parla chiaro) di una giornalista belga e decide di “lasciarlo”: metto le virgolette perché non lo lascia veramente, ma insomma gli fa capire che le cose non vanno.

Ian si sente solo, abbandonato ai propri pensieri, il che non aiuta. Siamo in due amico mio. La realtà è che non era solo, per niente. Ma quando si è depressi questa cosa non si comprende a fondo. Non è semplice.

I Joy Division piacciono un sacco alla scena punk europea, vendono dischi, vanno in giro a far concerti ma Ian sta male, la sua epilessia peggiora e un giorno, semplicemente, si toglie la vita. lasciando tutti in sospeso. Senza risposte davvero concrete.

Questo racconto traballante per fargli gli auguri, in ritardissimo, e per renderli omaggio.

You are missed mate.

A Journey.

Ho deciso di prendere di nuovo in mano la situazione della mia vita. O la mia vita in generale. Ho deciso di lasciar andare il passato, allontanarlo piano piano da quella che sono adesso.

Non sono più quella persona che si lascia coinvolgere in cose che non vuole, o pensa di essere migliore degli altri. Ovviamente anche io ho fatto i miei errori, non ho agito per il verso giusto un sacco di volte.

Ho preso tante decisioni sbagliate, portate al mio cuore da insicurezza, mancanza di attenzione verso me stessa e via dicendo.

Ci sono persone che negli ultimi tre o quattro anni mi hanno fatto del bene ma, allo stesso tempo, no. Non mi hanno fatto bene. Per niente.

Mi sono troppe volte lasciata influenzare da cose, parole, atteggiamenti che non avrei dovuto sentire, ascoltare e via dicendo.

Certe esperienze ci dovrebbero aiutare a cambiare. Ecco, questa l’ha fatto. Ora sono consapevole degli errori che ho fatto e vorrei cambiare.

Per il meglio. almeno spero.

 

ciao,

 

M.

Legami

Nella vita si creano tanti legami con le persone, cosi in generale.
Crei legami con gli amici, con i tuoi familiari, con i tuoi dottori, con te stesso (oddio, questo dipende in realtà).

Creai legami perchè è giusto cosi, chi vorrebbe stare sempre solo e non parlare con nessuno? Anche gli eremiti parlano con Dio o con il passato di tanto in tanto. Non si nasce soli, e neanche si dovrebbe morire tali.

Ho l’impressione, invece, che viviamo in un mondo fin troppo collegato, fin troppo attaccato alle risposte immediate. Provi a staccarti, ma non ci riesci mai per davvero.

Ci sarà sempre qualcuno che ha bisogno di dirti qualcosa, allora tu devi restare per forza attivo. Poi, giustamente, se scrivi qualcosa lo vuoi condividere con le persone cui vuoi bene, di cui apprezzi le opinioni.

Non sempre le cose vanno bene, ci sarà sempre qualcosa che va storto, obliquo o come non vorremmo.

Problema: non sempre Dio è disponibile per noi, sarebbe egoistico pensare che ci risponda ogni momento. La Bibbia lo dice, di esser pazienti. Anche qui, non è affar semplice in questo mondo iper connesso alla velocità.

Io dico, però, anche basta. le cose devono avvenire perchè l’Universo lo vuole, perchè è giusto che avvengano.

Io dico basta alle attese, però mi piacerebbe ci fossero più condivisioni, più dialogo.

Prima ero in metropolitana. Piena come un uovo, silenzio a dir poco surreale. Ma perchè? Non ci si telefona neanche più-

sai scusa sto ascoltando questo podcast bellissimo, dura giusto il tempo del viaggio fino a casa, ci sentiamo dopo.

mi chiedo perchè. io adoro stare al telefono, parlerei ore con le persone.

Siamo anche, spesso, obbligati ad avere determinati social media. determinate app, se no non siamo nel mondo. Che concezione sbagliata.

Mi sento dire spesso che sono una persona senza senso: ma cosa stai qui a studiare comunicazione dei media se manco hai la tv?

ma cosa c’entra? Innanzitutto ognuno può studiare quello che vuole quando vuole perchè vuole, basta che lo faccia senza far sentire in colpa gli altri perchè non lo fanno, perchè non inseguono i propri sogni.

Attenzione: insistere, o spingere le persone a fare le cose non vuol dire far sentire in colpa.

Nessuno è perfetto, ovviamente, ma ci sta avere dei legami anche per questo motivo. Per capire quali sono i problemi degli altri, ed aiutare a migliorarsi. Escludere le persone solo perchè hanno un determinato difetto è sbagliato per principio.

Sono stanca di dovermi sentir dire che sono iper tutto. iper qua iper là. va bene che mi piacciono i supermercati, ma c’è un limite a tutto.

Mi appassionano le cose, perchè dovrei restare appassionata da sola?

Certo, non bisogna sempre fare tutto e sempre farlo insieme ma ci sono alcune cose che sono davvero belle da fare assieme.

Nessuno vieta di andare a Gardaland da soli, per esempio, ma perchè farlo quando si hanno degli amici?

O pensare di essere super quando si hanno 1000 amici su Facebook. Arriva il compleanno e al pub si presentano i soliti 4 pirla. Gli amici di tutta la vita.

Ops.

Forse dovremmo fare più attenzione agli altri, uscire più spesso. Annoiarci di meno. Stare anche in silenzio a guardare la città che si illumina di notte, ma il silenzio condiviso è molto meglio del silenzio da soli.

Non bisogna necessariamente seguire le mode, dormire 9 ore a notte o bere quando non si vuole bere.

A volte si può dire di no senza perdere gli altri. Gli amici anche.

Un amico è colui che magari non ti dà retta per giorni ma poi quando ti vede parla con te, si fanno cose, si guarda il vuoto, si condividono opinioni ma non ti giudica. Ti consiglia se chiedi consiglio, ma anche se pensa che sia giusto farlo.

Ma non ti prende mai in giro, neanche per scherzo. Non giudica il tuo voler fare le cose tutti assieme, il tuo voler andar per mostre o al cinema in lingua originale.

raga il film dura tre ore, in bianco e nero, in giapponese con i sottotitoli in inglese e italiano.

okay, forse questo è troppo. but still.

Un amico è colui che ti apre nuove porte, ma senza rovesciarti in testa la farina intanto che entri.

Insomma, si può scherzare tra amici, ovviamente, ma senza mai prendere in giro.

E’ sbagliato. Punto pelota.

Preparatevi, tutto questo diventerà presto qualcosa di più grande.

ok bye.

Il Titanic, Leonardo DiCaprio e Ferris Buller: cos’hanno in comune?

versione leggermente piú seria del precedente articolo.

Leonardo DiCaprio, nel 1997, sembrava ancora un bambino, con quella pelle liscia, gli occhi azzurri pieni di speranza e un’allegria coinvolgente come non mai.

Il film che lo vedeva protagonista assoluto, “Titanic“, di fatto è molto semplice. Lo è la sua trama quasi brutale: salgono sulla nave, si conoscono, si innamorano, la nave va a sbattere contro l’iceberg, la nave si spezza, la nave affonda, tanta gente muore altri si salvano, fine.

Resta pur sempre una pellicola americana, quindi ci sono parti romanzate e rielaborate rispetto la storia reale, per rendere il tutto più piacevole al pubblico. James Cameron riesce perfettamente nell’impresa: tutto il mondo conosce questo film, la storia di Rose e Jack.

Partiamo da un presupposto: il Titanic non è l’unica nave che affonda in quel periodo. Si pensi al caso della Lusitania, una nave inglese affondata nel 1915, (forse) per mano tedesca sul finire della Grande Guerra: non vi sono ad oggi pellicole che ne parlino, nemmeno romanzate.
Cinematograficamente parlando è importante ricordare McCay, un regista che nel 1918 porta nelle sale “The Sinking of the Lusitania“, un docudrama di 12 minuti (il primo della storia) sul quale aveva lavorato per due anni. Ma non è indimenticabile come Leonardo DiCaprio che aspetta Kate sulle scale davanti all’orologio vestito di tutto punto.

Jack e Rose hanno dichiarato al mondo, urlando a gran voce, che il colpo di fulmine esiste e si manifesta sottoforma di balli in terza classe, corse sul pontile e baci appassionati nella macchina di qualche magnate dell’oro che sta tentando la fortuna in America.

Il Titanic e la sua disfatta (letterale) hanno creato talmente tanto sclapore nell’opinione pubblica che se ne parla persino in serie tv come Downton Abbey: perchè farla inizare proprio da lì? Da quel fatidico giorno di Aprile? Tutt’oggi è in corso una discussione sul perchè Rose non si sia spostata un pò più in là sulla famosa porta per fare spazio a Jack. James Cameron, molti anni dopo l’uscita del film svela un retroscena inaspettato: sapeva benissimo che Rose poteva spostarsi ma ha preferito sacrificare la vita di Jack per rendere il film ancora più struggente e malinconico come lo era stato l’affondamento della nave.

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Credit IndieWire

Leonardo DiCaprio ha posto uno standard recitando in Titanic, uno standard di bellezza superiore, viene definito l’Al Pacino dei Millennials.

Certo, non è l’unico film uscito in quel periodo dove ci sono uomini (o donne, si legga Erin Brockovich) tormentati ma romantici allo stesso tempo che fanno battere a mille il cuore delle ragazze. Lo sguardo di Matt Damon in Will Hunting quando vede per la prima volta Skylar non è facile da dimenticare. Oppure Alan Rickman (Colonel Brandon) quando dichiara al mondo intero di amare Marianne (Kate Winslet, la stessa Kate del TItanic) alla follia.

Eppure il punto di partenza resta Leonardo DiCaprio in Titanic. Non è un caso se al 2015 l’incasso del film era di più di due miliardi di dollari, 11 Oscar e altre 111 statuette varie. In un anno, il 1997, che a mio parere personale non è stato povero di film divenuti presto dei cult.

Nello stesso anno escono pellicole come “La vita è bella“, il suddetto “Will Hunting“, “L.A. Confidential“, “Ovosodo“..e molti altri.

Tornando all’Al Pacino nominato qualche riga sopra, non è da trascurare per quanto riguarda bellezza e capacità d’esprimere l’amore vero in un film, soprattutto dal punto di vista dei Boomers. Il Film in questione è uscito 5 anni prima, nel 1992 ed è “Profumo di Donna”. Nonostante nel film sia un uomo cieco e talvolta maleducato riesce a far girare la testa alle donne del mondo intero. Stesso discorso vale per Ferris Buller, protagonista di “Una Pazza Giornata di Vacanza” (ora su Netflix!), altro modello di bellezza e carattere cui si ispirarono tanti giovani del periodo per conquistare il cuore dolce delle ragazze, nonostante il film sia uscito nel 1986.

Ultimamente al cinema stanno tornando versioni restaurate di vecchi film come “Io e Annie” di Woody Allen, “Ultimo Tango a Parigi”, “Shining” e tanti altri. Le sale si riempiono di giovani e meno giovani. Forse l’amore che diventa social non piace più, è passato di moda. Le nuove generazioni preferiscono le storie d’amore così realistiche e vicine al mondo reale raccontate tra gli Anni Ottanta e Novanta dal mondo del grande schermo.

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Leo, il Titanic e quegli Anni 90 che non rivdremo più (forse).

Mi ricordo benissimo il momento clou. Ero piccina, insomma nel 1997 avevo cinque anni.
In ogni caso ad un certo punto sfogliando il giornale in braccio al nonno vedo questa pubblicità enorme, due tizi con gli occhi pieni di tristezza e una grande barca sovrastano l’intera pagina.

In quel momento non ci feci caso, ma mi rimase impressa. Ripeto, a cinque anni non è un film da vedere. Leonardo  DiCaprio sembrava ancora un bambino, con quella pelle liscia, gli occhi azzurri pieni di speranza e un’allegria coinvolgente come non mai.

Il film di fatto è molto semplice, non è difficile da seguire. Non mi riferisco tanto al fatto che Leo e Kate sono bellissimi e si rimane incollati alla tele per osservarli meglio. No, mi riferisco al fatto che la trama in sè è semplice, quasi brutale: salgono sulla nava, si conoscono, si innamorano, la nave va a sbattere contro l’iceberg, la nave si spezza, la nave affonda, tanta gente muore altri si salvano, fine.

Resta pur sempre una pellicola americana, quindi ci sono parti romanzate e rielaborate rispetto la storia reale, per rendere il tutto più piacevole al pubblico. James Cameron riesce perfettamente nell’impresa: tutto il mondo conosce questo film, la storia di Rose e Jack.

Pensiamo a un fatto: il Titanic non è l’unica nave che affonda in quel periodo. O che affonda in generale. C’è forse una pellicola indimenticabile sulla Lusitania?
Cinematograficamente parlando è importante, certo, perchè McCay nel 1918 porta nelle sale The Sinking of the Lusitania, un docudrama di 12 minuti (il primo della storia) sul quale aveva lavorato per due anni. Ma non è indimenticabile come Leonardo DiCaprio che aspetta Kate sulle scale vestito di tutto punto.

O sbaglio?

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Credit: MovieWeb

Jack e Rose hanno dichiarato al mondo, urlando a gran voce, che il colpo di fulmine esiste e si manifesta sottoforma di balli in terza classe, corse sul pontile e baci appassionati nella macchina di qualche magnate dell’oro che sta tentando la fortuna in America.

Il Titanic e la sua disfatta (letterale) hanno creato talmente tanto sclapore nell’opinione pubblica che se ne parla persino in serie tv come Downton Abbey: perchè farla inizare proprio da lì? Da quel fatidico giorno di Aprile?

Appena la nominano il mio pensiero è volato a Leo, al momento in cui Kate non si sposta un pochino più in là per farlo salire sulla porta galleggiante nell’acqua gelida. Al momento in cui lui scivola via nel mare nero carico di morti.

Eppure in Downton Abbey non se ne parlerà più, è stato un lampo di qualche minuto, una due puntate al massimo.

Leonardo DiCaprio ha posto uno standard con quel film, uno standard di bellezza superiore, elegante che noi donne amiamo così tanto. Mi capita spesso, parlando di ragazzi con le mie amiche o commentando il comportamento gentile di qualche baldo giovane di dire “è un pò come Leo negli Anni Novanta“. Il bello? Capiscono tutti – TUTTI – a cosa mi riferiscono, approvando compiaciuti.

Certo, non è l’unico film uscito in quel periodo dove ci sono uomini (o donne, si legga Erin Brockovich) tormentati ma romantici allo stesso tempo che fanno battere a mille il cuore delle ragazze. Voglio dire, lo sguardo di Matt Damon in Will Hunting quando vede per la prima volta Skylar non è facile da dimenticare. Oppure Alan Rickman (Colonel Brandon) quando dichiara al mondo intero di amare Marianne (Kate Winslet, la stessa Kate del TItanic, ma già lo sapete) alla follia.

Eppure lo standard resta Leo in Titanic. Non è un caso se al 2015 l’incasso del film era di più di due miliardi (MILIARDI, avete presente la stanza alla Gringott di Potter? Quintuplicatela) di dollari, 11 Oscar e altre 111 statuette varie. In un anno, il 1997, che a mio parere personale non è stato povero di filmoni, anzi.

Nello stesso anno escono pellicole come “La vita è bella“, il suddetto “Will Hunting“, “L.A. Confidential“, “Ovosodo“..devo andare avanti?

Insomma, nulla togliere agli altri film ma Leo davvero sbaraglia tutti, indimenticabile.

Per farla breve, tutte le ragazze volevano (e secondo me vorrebbero tutt’ora) un Leo nella propria vita.

O un Amore come negli Anni Novanta, senza pensieri e troppi fronzoli. Ma con tanto, tanto gelato a fare da contorno.

Ah per la cronaca, lo so che cinque anni prima ci fu una scena con un tango in un certo film chiamato Profumo di Donna con un certo Al Pacino che spacca lo schermo talmente è bravo, lo so non preoccupatevi. Ma in questo caso, in questo post, intendo riferirmi tendenzialmente a noi Millennials, per i Boomers la storia è un’altra ancora, vero Ferris Buller?

Credit: Pinterest

Con tutto questo non intendo dire che negli Anni Novanta l’amore fosse più semplice da gestire rispetto ad oggi (anzi) ma perlomeno nei film appare più realistico, meno pesante. Più concreto se così si può dire. Le storie scritte (o ambientate) in quel periodo fanno sognare, ci tengono incollate allo schermo. Quelle attuali, invece, risultano essere superficiali, legate alle storie di Instagram o Facebook e via dicendo. L’amore che diventa social non piace più. Ancora una volta mi vien da dire che non è un caso la costante presenza di Chiamami col Tuo Nome nelle sale o le maratone dedicate a Xavier Dolan e al suo cinema contemporaneo e reale, appunto.

Today Wasn’t A Good Day (Almost)

Today was a strange, asshole, day. I slept a lot. Like a LOT. I learned a lesson: do not go to the gym during the day.

Okay, well, I have my finals to prepare but honestly I just can’t study. I feel stuck in this hot bubble. It’s really hot in here.

A lot is going on in my country, speaking about for example politics.

Anyhow, thing is. I do not know where I’m heading to with my life, in general. But, hey, no excuses. I’m 26, I will graduate at 27. Come on, I need to grow the f*ck up.

I watch YT videos on “how to change your life”; “how to be better” and so on. But then I don’t apply the advices some strangers give me over the there. Why?

Because I’m a lazy ass.

And I need to change that. NOW.

If you are like me, change too.

Welcome, people, to my journey into change.

 

 

Carpe diem, dicevano. Leggi i libri, dicevano. Stai dritta con la schiena, dicevano. E avevano ragione.

Questa volta ho deciso di scrivere in italiano, è pur sempre la mia lingua madre.
Mi piace questa parola, lingua madre, madrelingua.

Suona così familiare, vicina al nostro cuore. In fin dei conti la mamma è sempre la mamma, anche se alle volte ci litighiamo. O no?

Moving on. Come ho scritto nell’Introduzione della mia tesi triennale, sono cresciuta in un ambiente pieno di libri, oggetti, parole ed emozioni. Ma soprattutto esperienze. Di vita, di ribellione, di litigi, di porte in faccia. Ma anche di abbracci, terrine di verdura, gnocchi alla romana e pane fresco.

Le storie di guerra erano quelle che mi affascinavano di più, cosi come Margherita e il passato in generale. Mi chiedo ancora perchè non ho avuto il coraggio di studiare storia.

troppe date da memorizzare, questa è la realtà. Pigrizia, direbbe mia madre. E mia nonna. Tutti.

Mia nonna materna mi rimproverava sempre perchè stavo (sto) storta con la schiena e non bevo abbastanza acqua. Ora ne pago (amaramente) le conseguenze. Ultimamente penso a lei e alla sua scopa tra le scapole ogni volta che sto storta. Dovrebbero fare i tavoli puù alti in Università, a prescindere.

Il mio film preferito in assoluto è Dead Poets Society, non ci posso fare niente. Lo so a memoria in almeno due lingue. A volte me lo sogno di notte, per intero. Eppure non l’ho visto così tante volte.
Il messaggio principale del film è carpe diem boys, make your life extraordinary. cogliete l’attimo ragazzi, rendete la vostra vita meravigliosa/straordinaria che dir si voglia. Ecco, per un periodo della mia vita ho paccato clamorosamente questo concetto di carpe diem.

Si scrivevo sui miei diari carpe diem qua e là, ma non ha mai realmente funzionato. Finchè un giorno mi sono ritrovata a dover fare un esame, Cultura Visuale, incredibile. Un trenta e lode splendente (più raro che unico).

Per farla breve dovevamo portare una presentazione Powe Point su un tema legato al corso. Io ho messo in relazione le vite di Turner (Inteso come JMW, quello di The Battle of Trafalgar, mica uno da poco) e Basquiat (si quello che sembra disegni come i bambini e invece no, c’è tutto un senso dietro). Due mondi all’apparenza estranei, eppure rivoluzionari.

A quel punto mi sono accorta di quante cose avessi da dire, ma qualcosa (o qualcuno?) mi bloccava. Mi sentivo bloccata, in una bolla d’esistenza apparente.

Poi il miracolo, è successo ieri. O comunque in questi giorni.

Dopo mesi e dico mesi di astinenza da scrittura, di schifezze mediatiche e di mala scrittura e pianti disperati ecco che ritorno più carica che mai verso una nuova avventura.

Sarà molto semplice da scrivere, complicato da fare.

Ho una nuova missione: vivere secondo gli insegnamenti (del Buon Dio sicuramente, quello sempre) di chi mi è sempre ronzato intorno. E di chi, in particolare, ha sempre avuto ragione ma io non avevo voglia di guardare.

 

Life ain’t easy

Okay, you gotta know this.

God, whatever God you want, created Life. And so on. You know the drill.

But He created a guide too. If you think about it every religion whatsoever has a Holy Book, a guide, a dictionary of Life. Bible, Q’aran and so on. I ain’t have seen a religion without a guidebook.

What do we use guides for? Well, to find answers. And Why do we need to find them? Because we have problems.

God created Life but he made it hard. Imagine a perfect life, so boring.

Okay well, life ain’t easy but we can work to make it easier.

God gave everyone of us an ability.

An ability to sing, paint, help, listen, believe, run, walk, fly.

He also gave us pain. I am in so much pain right now but I’m still alive and, as for now, it’s enough.

Reading this help book called the Bible I’ve learn one thing: there is a purpose. I was made to do something good at one point in my life.

I don’t know what yet, but it will arrive.

One day I will wake up and just know.

And so will you.

Ram Ram.

It Hurts.

You know what?
It hurts a lot to know, I mean, to realize, you are not doing enough.
It hurts to know you don’t have that many friends anymore.
It hurts to know you forget about stuff sometimes.
It hurts to don’t feel okay with yourself. Do I need to explain how depression works? Nah, because it works differently for everyone.

There’s a moment in which I do feel something and then I realize it means you can be depressed even if you don’t have the courage to sleep because of nightmares because you are afraid something is gonna happen to you and you won’t open your eyes in the morning.

What if I will not be able to love anymore?
What if I will lose my wish to end up in a good, healthy place?

Sometimes I don’t have the ability to talk, I mean yeah I can talk, but I don’t want to.
Yo, guys, I talk waaay too much. Everybody knows that.

Sometimes I just feel worthless. I mean nothing. I feel nothing. I’m not even able to say I love you.

Man, that’s hard.

But at the same time, I do know I will hurt my mama, my Family in general if I feel this way. Thank God I am a movie lover, I saw loads of movies with broken-hearted mothers. I will not be able to do that to my mother, I am not capable.

So I will stand up, look in the mirror, wash my face and move on. And, yes, I will ask for help.

Don’t wait for the International Day of Mental Health to seek help guys. DO IT NOW.

And drink water. it’s an actual life saver.

I AIN’T HAVE IT NO MORE. WHY I HAVE DON’T HAVE ANY SOCIAL MEDIA LEFT.

What is that define society? I mean our society?
We live in a society that requires us to have it all. Yeah, I mean a cell phone, all the social media you can think of and maybe a personal computer, a Gmail account and so on.

Oh, I forgot. A home, a mortgage, a car, a full-time job. Our dream? Leave out that damn slash! I mean the slash that, once again, define us.

What do you do? this is the most common icebreaking question I heard this past month. The answer? “nanny/student/part-time job at Human, Inc./lover”.

I’m 25 years old and I still have too many slashes. I asked the same to my mother, thinking about what she was doing at my same age. She told me: almost graduate but with a job coming. 

livin’ it!

Anyhow, let’s get back to where we were.
We live in a society where what we put online is valuable in order to state who we are, what we are, what we want, how we think. to be seen we must have a presence online.
For example, when we apply to a job search engine online we must add at least one social media profile. What? What if I don’t have a social media profile?

Yes, I do know that WhatsApp is a social media now. Yes, I do have WhatsApp, but that’s only because my parents are still alive and they use it to talk to me in an easier way, duh.

I used to have Snapchat, Periscope, Facebook, Instagram, Youtube.

But then something happened: I saw Black Mirror. I read some books/articles and I tried to think with my own mind.

Black Mirror showed me a parallel world in which people died because of social media. People suffered because of social media. You can tell me it’s just a tv show. Hey, open your eyes and look closely because it’s not. It shows us our reality in another way. You cannot forget an episode. You will always relate it to your life (don’t deny).

I used to love watching other people’s lives, knowing all about them. but then I thought: why do I have to know she’s having a baby, or they are moving, or hey she sells stickers online?

My life is still the same, even if I don’t know that. But as for now, I can tell the story of at least 10 children and 8 families. I’ve never seen them in real life but it’s kinda like I’m in it, all along their #k/m followers.

It’s almost the same on Facebook. Why do I have to tell all the people I have as friends what’s going on in my life? Facebook will own it all, and it’s not a secret. It’s all written in the Terms&Conditions no one reads because they are too small.

Why do I have to let marketing agencies led my life, my choices and my orders online? I will not do that in the future. Because, at the end of the day, I will have the same couple of friends, the same Family, and the same pillow to sleep on.

Last but not least, the microphone on your phone.

Ever got that message? “Allow the microphone to change the filter on this photo on Instagram”. Wait, what?

Here it is, folks. You allow that microphone because the pic is soo good you can’t even and there you are, walking on the street with your mic open.

Yes, they hear you. And they study you and they build your own image online so you will buy this and not that.

So, keep in mind: you have your own life, with your people and your hobbies and so on. No need to tell it to the world.

Wait, nope.

Well, you don’t need it but..there’s always a but.
If you want to be part of something you must be on Facebook because that’s how people talk these days. “You can’t be part of this project if you are not on Facebook”.

Oh come on.

Yes, you will have to make a choice: should I stay on Facebook or leave the project?
Ain’t easy. Not at all.

We can’t, tho, let social media led our lives. We must stand for what we believe is right.

Real friends will stick around even if you don’t have all the social media known to men on your phone.

This is just a rant here, but I will write an article about it soon.

Sources;

Black Mirror on Netflix

this article

my thesis

Lo and Behold on Netflix

this article

 

Frances Ha, un’eroina dei nostri giorni.

New York, giorni nostri. Due donne nel pieno dei loro vent’anni cercano di combattere l’apatia della quotidianità a suon di birre, cene e gite al parco.

Frances Ha è un film del 2012 scritto e diretto da Noah Baumbach.

Girato interamente in bianco e nero, tratta la storia della giovane Frances, ballerina e aspirante essere umano.

Interpretata da Greta Gerwig, la protagonista vive una vita spensierata e alle volte solitaria, senza ben sapere cosa vuole dalla vita ma, soprattutto, con chi vuole passarla veramente.

La sua migliore amica, Sophie (Mickey Sumner), è fidanzata con un uomo che non piace a Frances e le due spesso litigano.

Tra colpi di scena, imbarazzanti corse per i quartieri di New York, la nostra protagonista riuscirà a scoprire chi vuole essere?

Parlando dell’aspetto tecnico del film, il colore/non colore è fondamentale.

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La scelta del regista infatti non è casuale.

Annullando il colore, lo spettatore riesce a concentrarsi su quanto accade realmente nel film e comprende meglio le situazioni narrate. Con il colore invece, la mente rischia di sviare su quanto sono belli I vestiti, le ambientazioni e il colore di capelli delle protagoniste.

Il film, perciò, passa dall’essere ‘per ragazze’ a ‘per tutti’, da banale a serio.

Questo è il bello del genere cinematografico mumblecore, che rivisita la mente umana e le situazioni che deve vivere mettendole nero su bianco sullo schermo.

Peccato che il film in Italia sia arrivato anni dopo la sua uscita nei paesi anglosassoni e ci sia restato poco, rimanendo in sordina e quasi lasciato in un angolo.

Il tema del colore non è nuovo nel cinema, di fatto è proprio per questo motivo che sceneggiatori e direttori della fotografia hanno una categoria dedicata nel mondo dei Premi Cinematografici.

Almost Christmas.

well, It is indeed almost Christmas. according to my bullet journal there are only two pages left, lol.

I have no idea how it’s going to be, but I hope this time will be a little better than other times.

Usually we have dinner or lunch all together and then we open up our Santa’s presents.

this time, tho, will be a little different. At least for me. After Xmas I will fly to Spain so I can spend a few days with my Dad’s Fam & most important my brother, Ale.

But what’s going to be different?

Well, me and my perception on things. I am more aware of the environment that surrounds me, I am more aware of the impact I am making on Earth. I would like to be more true with myself and the people around me.

I would like to be who I really am.

As for now I’ve started a bucket list. I will share it when it’s definitve so I can use this blog to track my progress.

Life is full of mistakes and joy, progress and steps back. What we need to do is find a way to live it in an appropriate way.

we need to stop being worried about all the stuff that bother us, yes even taxes (there will be always a way to get out of trouble), even that addiction and so on.

we need to drink more water, eat plants and meditate before bed.

but we also need to cry. amd cry even more.

Bye for now, I have to get off the train.

Ram Ram

Marti.

ps: the featured image is me at 5 being a badass with my super sunglasses.

A Shower

why should I care?

why should I spend time to think about it when I do have loads of stuff to do?

why do I have to cry about it?

because I care. that’s why. if I was a careless person I would feel way, way better. but I do care.

I care about people around me more then I care about myself.

I stress about it a lot. way too much. but hey, I was made this way.

A few day ago, tho, something happened. That something changed a lot of thing.

My hair, my head in general was dirty. like very dirty. I looked like a monkey.

I felt so stupid, dirty and tired.

taking that shower changed it all. I started to think more about me. more about my space, my need, me in general. Actually, is working out pretty great.

So, before you go crazy

wash your goddamn hair. and think more about YOURSELF.

Citizenfour: un documentario, mille realtà

Se la vicenda di WikiLeaks e di uno dei suoi fondatori, Assange, vi ha appassionato, allora CitizenFour è il film che fa per voi.

Per essere precisi, si tratta di un docu film, vincitore di un Oscar nel 2015 per la categoria Migior Documentario.

Citizenfour è la firma di un personaggio noto al pubblico come Edward Snowden, l’uomo che ha mandato in crisi l’Nsa (national security agency) portando alla luce del sole metodi illegali di intercettazione e scambio delle informazioni all’interno dell’agenzia stessa.

Il docu film si concentra sulla storia di Snowden e di come sia riuscito ad arrivare alle proprie scoperte. E’ ambientato ad Hong Kong, in una camera d’albergo, dove egli discute a lungo con un giornalista (Glenn Greenwald), una videomaker (Laura Poitras) e un reporter di intelligence (Ewen MacAskill). Quest’ultima stava già lavorando su di una trilogia di video investigativi legati all’11 Settembre, ma mise in pausa il proprio lavoro per dedicarsi a questa vicenda di enorme importanza.

Immagine correlata

Citazione dal Film

La conferzazione tra i quattro principali protagonisti è avvenuta nel 2013 e quelle che si vedono sul grande schermo sono le immagini originali girate dalla Poitras. Questo fatto rende il film ancora più importante e di impatto perchè risulta essere realistico. Non vi è recitazione pre-scritta, è tutto reale, immediato. La storia è montata di modo che quando il pubblico la vede si ponga delle domande sulla propria sicurezza.

Le informazioni che il governo gira e trasmette al proprio popolo sono reali? O costruite “a tavolino”? Queste sono le domande principali cui Snowden (che interpreta se stesso, come per tutti gli altri) cerca di rispondere all’interno del docufilm.

Non proseguo oltre poichè non vorrei rivelare troppe informazioni sulla trama ma colgo l’occasione per fornirvi una piccola lista su film e documentari riguardanti WikiLeaks e la manipolazione delle informazioni.

  1. Il Quinto Potere (2013) sulla nascita, appunto, di WikiLeaks;
  2. La Talpa (2011)
  3. L’Ombra del Potere (2006) sulla storia della CIA.

 

 

Some Stuff / Rambling

there is something I actually wanna talk about and it’s related to work, life, the future.

I have no idea about what I wanna do next, and it’s not gonna be easy. Life is complicated even if you are standing up doing nothing, you know? I love a lot of stuff and it’s not easy to find a job now that the Internet exists.

I am really good doing some kind of stuff: reading, writing, talking (OMG I talk so much). Problem is: you can do everything from remote, from everywhere you want so It’s not easy to find a job and follow your dream.

right now, I think I do have to finish Uni because I love it and I really need to stay focused and I need to save money etc.

I am so scared about the future but I am learning.

A Few Good Men. Quando le parole hanno più importanza dei fatti.

A Few Good Men è una storia d’amore tra un militare e il concetto di verità e giustizia. Fino a che punto, si chiede, l’uomo può arrivare per diventare più potente degli altri. Quando avanti si può spingere gli uomini del proprio battaglione a seguire le regole delle caserme militari?

 

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Uscito nel 1992, venne nominato 4 volte agli Oscar e vinse altri 9 premi.

La trama del film è semplice, o meglio, è lineare: non ci sono strane sfumature o colpi di scena incredibili, eppure tiene incollati allo schermo per più di due ore.

Le recitazioni di Demi Moore, Tom Cruise, Jack Nicholson e Kevin Bacon sono sicuramente d’aiuto, ma il tema trattato nella pellicola è quanto ha portato gli americani a riempire le sale cinematografiche d’america sbancando il botteghino.

Tornando alla trama, la pellicola tratta la storia di una base militare dei Marines gestita da un uomo duro, freddo e ancora legato alle vecchie maniere militari (similmente, restando in ambito cinema, a Full Metal Jacket). Il film è ambientata sia negli Stati Uniti che a Cuba, dove si svolgerà il processo a due marines, accusati di aver ucciso un loro compagno, Santiago.

A difenderli sarà il tenente Kaffee (Tom Cruise), noto per la sua pigrizia e noncuranza dei dettagli: sarà la sua prima battaglia legale. In breve Kaffee si recherà a Cuba dove, dopo aver conosciuto il Col. Jessep (Jack Nicholson) si rende conto di quanto sia sinistra la faccenda e comincia ad indagare su un presunto ordine di codice rosso (uccidere chi non si comporta da buon militare). NB: la condanna legata all’ordine di codice rosso equivale all’ergastolo e radiazione da ogni grado militare.

Vi è una scena emblematica ma allo stesso incredibile che ha reso così famoso il film. Eccola spiegata in dettaglio.

Partiamo dall’inizio: su YouTube ci sono migliaia di video dal titolo “i discorsi più belli dei film” o simili. In uno di questi video è presente anche il momento in cui Cruise e Nicholson battibeccano in tribunale. Cruise riesce a capire quello che deve capire (cosa non si deve scrivere per non spoilerare) usando le parole. Con le parole, dunque, si può arrivare ad ottenere tutto. Ma non solo. Usa parole come Onore e Gloria e sacrificio, fondamentali nel mondo della guerra.

Non è l’unico film in cui le parole cambiano tutto..tempo fa vi parlai de Il Patriota: anche lì le parole aiutarono a cambiare il corso della Storia.

Tom Cruise, Demi Moore e Jack Nicholson sono magistrali anche perchè riescono a intrattenere chi guarda il film nonostante ripetono più o meno le stesse cose per due ore..urlando.

A Pumpkin, roasted and Mashed Out.

This is a pumpkin, a detail.

I have cooked it earlier this morning.

Guyssss, so good. And easy but not so quick.

I want to share the reciepe. Bye. Enjoy. Have fun.

Ingredients:

  1. a pumpkin of your choice. I used the green skin one I have no idea how it’s called, sorry.
  2. extra virgin olive oil
  3. curry (or a spice you like)
  4. if you don’t use the curry please use salt.

All right. First you gotta heat up the oven at 400 F 🙂 nice and hot.

Meanwhile, cut the beautie up there in slices. I honestly didn’t care so much about the slices shape but you can, I made a puree out of that so I tought.. whatever, you know?

place the cuts over ya baking sheet and sprinkle them with olive oil, spices and a smile.

When the oven is hot as fuck put ’em in, and dance and drink wine for 45 minutes.

Now, put the glass down and take them out.

You can either mash them with a fork, blend them or eat them straight away (burn burn burn).

They can stay in da fridge for a week but You’ll finish them in a bit cos they are goooood.

Hope you enjoy

byyyyeeee-e

Minimalism, to me.

Today I decided enough was enough and I took a big step: decluttering.
It is a big deal, to me. You know when someone gives you a gift and it’s a piece of clothing but hey you actually never wear it? That’s me, a lot.

Or I grow up and it’s too small. Or..I don’t like it anymore.

This is what I have done:

  • put on some good music
  • take all my clothes out
  • go through all of ’em and decided whether to keep it or not.

Easy, right? nope, no way.

It’s not easy to get rid of something that isn’t ruined or broken or whatever. It’s not easy to get rid of something actually beautiful but not your style.

Sure, I will give all these clothes wash and cleaned to a vintage shop or to someone in need..but still.

This is what Minimalis really look like: a struggle. Yeah sure, “real” minimalists will tell you: Oh come on, you must be bold to do this and so on. But, hey, listen up: there is no correct minimalism, no rules in it.

According to a friend of mine who studies minimalism in Japan at Uni, Minimalism is a state of mind. You can have thousands of books and still be a minimalist.

WHY?

Easy peasy, because minimalism (at least to me) is concentrating on what you really like and what you really need and what inspires you to be the true you.

Sure, having less stuff is better, but choose wisely.

Choose what you like the most and start from there. Start building, or re-build, your house based on that.

The first step of minimalism is to get rid of all the stuff that doesn’t make you happy.

Please, do not trash all your belongings but 100 of them just because the Internet and YouTube tell you to do in order to be a minimalist. You will regret it. Take a step at a time. (You will save money too, trust me on that).

We must travel.

i need to go to the mountains, I need to travel so badly. I must see the mountains, I must breathe good air.

I am quite sure you will agree with me on that.

We must travel to feel better, we need to fly high. why do we always have to sleep in the same bed for like 365 days straight. No man, it’s better if we go all over the place.

you need to be happy.

On Kindness

You know that kindness is something hidden inside of you since you are born and you just have to show it to other people, right?

It’s not difficult. You just have to smile and talk as you always do. It’s actually fun too and you can make friends! Incredible, right? Yhea, it is. Dude, don’t deny.

Going back to kindness.

According to the Merriman-Webster, kindness means “the quality or state of being kind”. Ain’t yer granny told you to be kind when you were little? I think she did.

I am writing this article from a bar near my Uni. I am alone because my friends don’t go to Uni with me. Clearly, I am staying at a table, with my coffee and my computer and my stuff. And I have two spare chairs at my table either. As I said, I am alone. A lot of people come here because is such a nice place, and I enjoy studying here.

Moving on, I was writing on my computer and there they are. A bunch of people, staring at “my” chairs, wondering what to do, what to say. I was like “dude, you just have to ask kindly”. He preferred to stand and go away. this is crazy.

Just be kind, people. Noone is gonna bite you.

 

On the Importance of Books (and War Movies).

Books are life, don’t you think? They are the kind of stuff that helps you to live a life you would like to live but in your own mind. When you have to deal with problems, in general, you might be upset, right?

So what do you do then? you take a long bath and then what. The water gets cold and you just can’t get enough. Ok now that you clean out the body problems, let’s say that. You go to your room, or the couch, or the floor or whatever, you take a book, a glass of wine (full so you ain’t have to get your ass up) and a book.

but hey hey hey hang on a sec, first you gotta follow other steps, if you don’t it’s not worth it. Trust me, I’ve tried.

  1. turn your damn phone off. and the pc. and the Tv little light, all the devices must be turned off. You don’t need distractions right now.
  2. the wine’s bottle has to be near you, not in the kitchen. You will get up to get another glass, and oh hey do you see the phone you switched off earlier? What if someone calls? what if it’s work? Dude, life can wait.
  3. You must be in a comfy position, you need to be safe. and neither too hot or too cold.
  4. now, we can begin.

Choose the book you want to read wisely. It can be any size you want, obvs. But you need to choose it according to your state of mind. Just because you need to relax doesn’t mean you can’t read an academic essay, just do it if you want to, not need to. Got it?

Ok, now. Go ’till the page you want to, don’t think about it too much. Just read, sip, read. And cry, smile, scream, whatever, just do it.

Currently reading: Infinite Jest by David Foster Wallace (yes, with two bookmarks).

We Gotta Do What We Gotta Do.

Quando ci troviamo ad attraversare momenti non del tutto semplici, accade un fatto strano: ci chiudiamo in noi stessi e rischiamo di atterrare nella brutalità della situazione stessa, compiacendoci con noi stessi per non essere stati sopraffatti dalla realtà.

fuggire dalla realtà può essere utile, d’altro canto, per trovare noi stessi. come si fa? non tramite le droghe, nope. ma tramite l’essere noi stessi. sembra falice vero?

e invece no.

non lo è per niente.

Prisoners: un film non bello, di più.

In inglese il termine prisoners sta ad indicare i prigionieri, o in ogni modo quelle persone che sono rinchiuse in un determinato luogo, in un determinato momento.

Il film di cui andrò a parlarvi tratta proprio di questo, di una prigione a doppio senso: interna ed esterna al corpo (o forse dovrei dire mente) dei protagonisti di questo splendido film di Denis Villeneuve.

Partiamo dall’ambientazione: America rurale (si sa che è la Pennsylvania solo perchè è scritto nella trama se no non si capirebbe), città indefinita ma capiente. Una comunità stretta attorno a forti regole sociali e convenzioni. Di fatto la pellicola mette in luce una realtà che va a rappresentare la vera america, quella dei liquor store aperti tutta la notta e delle case periferiche senza acqua corrente vicine alle mega ville illuminate tutto l’anno. Fin da subito lo spettatore è immerso in questo luogo ameno, solitario e particolare.

Continuiamo questa mini analisi prendendo in esame i protagonisti: vi sono due famiglie (una di bianchi, una di colore) composte da padre, madre, due figli uno grande l’altro piccolo. Ecco a voi un altro stereotipo classico della società americana, le famiglie fatte con lo stampino (non a caso si svolge tutto attorno al Ringraziamento). Un sociologo americano di nome Talcott Parsons negli Anni Cinquanta scrisse un libro nel quale definiva quel tipo di famiglia cosiddetta nucleare, il modello perfetto che va a rendere grande il paese. Ma questa è un’altra storia.

Come in ogni film americano che si rispetti vi sono anche dei poliziotti in scena, uno legato alla sedia, o meglio incastrato. Si muove poco ed è un filino nullafacente; l’altro è più attivo e fedele al distintivo.

Infine, il villano. Ora non vi dico chi è, chiaramente. Ma fate attenzione ai piccoli particolari, soprattutto ai piccoli dialoghi, quasi sussurrati di un personaggio mistico perennemente presente nel film e capirete di cosa parlo. E’ un villano geniale a dir poco, nonostante il gesto che compie quasi ci si riesce ad immedesimare nel suo comportamento. quasi.

Una pellicola, però, non è fatta solo di parole, bensì di cinematografia: ciò significa che qualcuno, in questo caso, Roger Deakins, ha studiato dei colori e delle espressioni visive che vanno a ricadere nella psicologia dei personaggi stessi, il colore (grigio e nero, tendenzialmente) si impone nelle nostre menti, si insinua come un virus che alla fine fa riflettere.

Vi sono dei particolari talmente ben studiati che si rimane, a film concluso, esterrefatti.

Torniamo alla parola iniziale, prisoners: inizialmente si pensa che si riferisca a quello che succede a qualcuno ad inizio film, poi però si capisce che il concetto di cui parlavo più sopra può essere riferito ad altre situazioni, come appunto quelle interne ai personaggi, al loro essere e alla loro storia personale. L’avvenimento fa capire loro quali siano le strade giuste da prendere e quali le conseguenze. Sembra una sorta di film della formazione.

Motivi per vederlo? Jake Gyllenhaal in tutto il suo splendore, l’interpretazione magistrale di Paul Dano e i colori.

 

It’s not your fault

Sometimes we do feel like we have something wrong in your head. We all have phobias but it’s okay.

What do you think? That God made us all perfect? Nah, no way. We all have something that bothers us, that make us feel like we ain’t worth it.

But hey, life is something we can’t deal with having only tears in our eyes, we have to find a way to overcome fear and pain and loneliness.

Do you agree with that?

Anyway, it’s not your fault if you need a break from life itself, it’s not your fault if you need to stay alone for a while.

Sometimes a person just needs it.

But when you need a break, please do it right. Take some time to think about what you need to do and just do it.

First of all, tho, tell to all the people around you that you are going to do that because you don’t need to worry them. Besides, they will be grateful because they know it.

Then take a long bubble bath, put on some jazz music or the music you like the most and just relax. Put your phone away and wait for it to happen.

Happiness, or at least a sense of total relaxation of the body.

After the bath do what you feel like and go to work if you have to but don’t let the workaholic anxiety hit you.

If you have a good friend (NOT BOYFRIEND/GF), invite him/her over to do stupid, silly stuff like dancing to the Oasis in your underwear.

Do not listen to sad music. Yes, I love dearly the Joy Division, but I know they are sad, darkish and we all know the end of Ian so please avoid that, don’t be sadder than you already are.

Go to a fancy restaurant and eat your fave meal, talk to strangers, read a book cover to cover and then go the movies so late you have to walk home and discover new places.

If you want to, can you share with me your happiness routine?

I would love to know how people deal with sadness!

Love you all, you are worth it.

 

 

 

 

 

It’s not your fault

How

Hello my dear, this is for you

Hi dear,

I’m writing you this open letter because I miss you. I do miss our friendship because we were so cool together but we were also sick together.

I mean, mental illness is an actual issue. Oh come on, I was (am) kinda sick. you don’t have to take meds to be sick, you know?

you can be sick even if you don’t take a blue pill in the morning, a pink one after lunch and a yellow one before bed.

You can be sick. You have the right to be. Why whould you don’t? Because society tells you to.

Oh man, we were such a great duo but sick+sick isn’t always good. I’m not saying two mentally sick people can’t be together but you must be able to cure, or at least try, the other person. the other half. even if it’s only friendship.

I miss you, yes. But you destroyied me, you know?

You killed my inner self, you made me cry, you made me think to actually kill myself.

You know what? I miss you but it’s only because I tought we were good.

I tought you were good.

but you ain’t good.

good is a pb&j in the morning, good is a smile, good is a song you like, a book you love.

I am sorry, but I am sick, I am not okay

but I need to be okay.

I need to feel safe.

So, sorry. But ain’t friends no more.

Have a great life, anxiety.

I fucking hate you.

and I will beat you.

I cartoni animati visti da una prospettiva insolita.

C’era una volta la nostra beata infanzia felice fatta di scuola elementare e pranzi dalla nonna seguiti dalla “mezzora di tv e poi fai i compiti”. Ricordate?

In quella mezzora, tendenzialmente spesa facendo avanti e indietro tra Italia 1 e MTV (quando ancora era decente, intendiamoci), succedevano cose che hanno dell’incredibile: facevano vedere i cartoni animati più geniali della storia. O meglio cosi pensavamo noi da piccoli.

Tra questi vi erano i Simpson (anche Dragonball è geniale, voglio dire è stato disegnato da un ragazzino disabile, ma è un caso a parte quindi non lo considero, sorry not sorry).

I Simpson erano -e sono tutt’ora- inseriti in quella fascia oraria dedicata esclusivamente ai bambini, quindi si dovrebbe dar per scontato che siano un cartone per loro. E invece no.

Eh già, intanto che ridete a crepapelle quando guardate Homer disperato perchè non trova più la ciambella che ha appena finito di mangiare vi siete accorti di quanto sia anticonvenziale, scurrile e privo di morale questo cartone? (io non sono capace di ridere, quindi non rido, ma mi piace un sacco, intendiamoci).

Homer è il capofamiglia, “lavora” in fabbrica, sottomesso a un capo straricco che non si interessa dei propri dipendenti, ha pochi amici ma buoni, tre figli e una moglie. Puntualmente si reca al bar ad ubriacarsi. Bar gestito da un “povero illuso senza speranze di una vita migliore” (parole sue).

Marge è la tipica casalinga semi disperata in cerca di un’occupazione per la giornata. Dedica tutta la vita ai figli e i suoi momenti di disperazione sono molto divertenti (apparentemente).

Infine i filgi: altro stereotipo grande come una casa. Lisa è geniale, sveglia e tutto fare; Bart (che ha 8 anni e la stessa maglietta blu da più di trent’anni) è la tipica pecora nera della famiglia e infine Maggie che solo una volta parla per il resto fa la bambina molto molto piccola.

Non vi ricorda qualcosa tutto questo? A me viene in mente una parola, anzi una persona: Talcott Parsons, sociologo degli anni in cui le gonne erano a ruota e si metteva il gel nei capelli. Egli, a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sesanta scrisse un articolo nel quale affermava che il solo scopo dell’uomo in una famiglia era di lavorare, lo scopo della moglie era cucinare, tener casa e bambini e quello dei bambini era di obbedire. Punto, fine.

I soggetti del cartone appena descritti rappresentano esattamente questo, con un’aggiunta: prendono in giro Parsons, clamorosamente.

In ogni caso resta un modello tipico di famiglia americana che regge ancora oggi. Motivo per il quale molti cartoni animati fatti seguendo il “modello simpson” funzionano. Vediamone almeno due.

NB: tralascio apposta Futurama, Family Guy, American Dad e i Griffin perchè sono proprio uguali.

Numero uno indiscusso della lista..rullo di tamburi: F is for Family.

Arrivato quest’anno alla seconda stagione (grazie Netflix), ci racconta le vicende di una sgangherata famiglia del mIdwest americano durante il decennio a cavallo tra gli anni settanta e ottanta.

E’ talmente geniale che fa ridere persino me che non rido mai perchè non capisco le battute. Anch’essa mette in mostra un fortissimo stereotipo di famiglia americana ma al contempo ci permette di rifettere su temi attuali e non di politica e cultura in generale. Ma anche di ruoli familiari, coesione e ribellione verso un sistema ingiusto, razzista e sessista (Donald Trump who?). Frank Murphy è un eroe moderno, rappresenta tutti noi che dobbiamo lottare per farci spazio in un mondo di incomprensioni e ingiustizie. Ed ecco a voi un altro cartone molto poco adatto ai bambini.

Numero uno indiscusso della lista..ma stavolta seriamente, prima scherzavo: BoJack Horseman.

Egli è la reincarnazione fatta a cavall di Underwood, la famiglia Soprano e Don Draper messi insieme. Un cavallo ubriacone in disfatta, perso nello showbiz hollywoodiano. Incompreso da tutti ma voluto dalle donne, un sex symbol da tenere d’occhio. Eppure è un personaggio poco gentile con gli altri personaggi, anticonvenzionale e poco rispettoso persino di se stesso.

Cinque minuti prima di scrivere questo articolo ho visto alcune puntate ed ero piegata dal ridere, cosa che come avrete capito non avviene spesso. La genialata di questo eroe moderno sta nel suo prendere in giro spudoratamente lo status attuale del mondo dello spettacolo, mettendo in luce le sue debolezze ma ache le sue virtù, quasi a mettere in guardia lo spettatore che ne viene autoaticamente influenzato (altra teoria sociologica, quella dei magic bullets, nel caso a qualcuno interessi).

BoJack non dovrebbe far ridere, eppure si ride.

Alla fine della fiera mi sono resa conto che questi cartoni fatti fin troppo bene per essere veri sono li apposta per farci riflettere sull’andamento del mondo divertendoci. Ci insegnano anche che ci sono cose più brutte nella vita di quanto pensiamo e ci mettono in guardia verso il malessere creato dalla società stessa.

Detto questo, godetevi pure tutti i cartoni che volete, ma mentre lo fate, pensate al loro vero messaggio. Per favore.

 

BoJack is my new bestie

Let’s start from the beginning.
I do not know why but I am not able to laugh. It’s awful.

By the way, when someone points out that The Simpsons are funny I have no idea what they are talking about and it takes me ageeees to get puns.

Ok, moving on. BoJack Horseman make me laugh A LOT.. I mean, waht?

Seriously, it’s so damn funny I can’t even. It’s dark humor tho, not that kind of stuff you should really laugh at. It’s kinda racists and so on.

It all began back in 2014 when Raphael Bob-Waksberg decided it was time to draw a cartoon and did draw a cartoon. And here we are, 49 episodes later with abdominal cramps caused by laughing too much.

BoJack is that kind of tv hero that reincarnates a mix of other tv heroes in a funny way. In this case, he is a mix of Draper, Underwood and the Sopranos.
He is the kind of guy who used to have it all and now, 20 years later, have nothing. That kind of American famous person, you know?

Anyway, this is not a cartoon for children, it’s too rude. That is why is different from other kinds of cartoons.

For example, take Rick and Morty: it does have a social/political/environmental meaning but children can watch it and understand it (kinda). Or Adventure Time (oh maaaan, so good): they will never know how those guys come up with the idea, but they can actually watch it and have fun doing it. It’s all the same for Ed, Edd and Eddy.

Going back to BoJack: he is loved because he is just like us. He is us in the real world. That is why even I laugh when I see it.

So real, explicit and funny at the same time.

My anti-spoiler alert voice in my head is telling me to stop because I can’t spoil BoJack, just kidnap a friend, chill out and watch it, it’s on Netflix (even for free, you know).

 

 

 

 

Hi there, want some ice cream?

Ok, so this summer I was mentally addicted to ice cream. I do think it can help people meet, be happy and stay together. It’s amazing how people can enjoy ice cream and it’s crazy because nowadays literally everyone can have a scoop.

It’s like when you gotta chose a movie: you will always find one for you.

Anyway, it wasn’t always like this. In fact, when my parents were younger they ain’t had ice cream all year long, only in the summer and with little choices on flavor.

But..during winter time they used to have something beyond amazing: cinnamon flavored whipped cream. Oh maaaaan. How crazy is that?

Ok, I can hear you saying: “this chick is weird, she must know we still have whipped cream and cinnamon in 2017”

Yeah, I know that, silly. It’s just we ain’t have it in stores, all natural and homemade. It’s so sad.

Nowadays we can have all the food we want when we want it and everywhere we are in the world. In fact, we can ask for pizza in the middle of the night just using our phone (thanks for staying up all night long for us, pizza guys).

This morning when I woke up I was thinking about that and I realized it’s sad because we don’t travel anymore to discover new food we just do it because we like so. And it’s okay but still sad.

Globalization is okay in some way, but not on the food side of the table.

This is just an intro to a bigger post coming up on that. I need to do some research first.

 

Dunkirk, such a movie. Not a tear dropped.

We all know what Dunkirk is and who the bloody hell is Nolan, right? So, I will jump right into it.

Yeah, the review. I went to the movies with my friends, I was soo thrilled and excited.

I sat there, waiting for the tear that never came. Why do I say that? Simple. I always cry at the movies, come on I am so sensitive and such a crybaby. I ain’t cried tho.

I dunno if it’s because there was nothing to cry about or what but still I am impressed. All the reviews I saw online and on paper told me it’s one of the greatest movies ever.

Yeah, right. Nope. I can say I am a great movie watcher, I saw a whole lotta movies, so shush on that.

I go to the movies like three times per week, so I know what I’m writing, you know? I was happy after the movie, but not that impressed. What am I? A monster, maybe. The new Marla Singer in action.

I have no idea why. SOmetimes we shouldn’t read reviews from journalists, we just have to grab a friend, few bucks for pop corns and go see the movie with our own freaking mind.

I wanna make an experiment: from now on I will not read reviews or whatsoever, nor see the trailer and such. I will decide what movie to watch by its cover. Let’s see what the hell happens.

Because this Dunkirk madness cannot go on, with all those movies going on that are so much better.

I can’t let this happen.

 

Now you can throw that pie on ma face, but let me finish my Joe first, please.

A Ciambra, uno dei film più belli di quest’anno.

A Ciambra è un film intenso, molto. Parla di un ragazzino chiamato Pio e delle sua famiglia rom.

Vivono a Ciambra, ovvero un quartiere (più precisamente dei palazzi) di Gioia Tauro, in Calabria. La Calabria non è molto lontana dalla scrivania su cui sto scrivendo questo articolo. Eppure i luoghi del film sembrano cosi lontani, quasi irrangiungibili.

Le parole che escono dalle bocche dei personaggi sono incomprensibili, aspre. Infatti ci sono i sottotili, al cienema dicono pure che il film non è nemmeno in Italiano.

Il punto è che questo film racconta un realtà nascosta. Eppure visibile. Il bambino che passa ogni giorno in metro a chiedere soldi non è molto diverso dal Pio protagonista del film.

Vengono da un mondo lontano ( e vi assicuro, bellissimo), si sentono persi ma decidono di vivere qui come vivevano là. Arrangiandosi, rubando. Anche agli amici.

Le famiglie di Ciambra sono numerose, quasi non si capisce chi è figlio di chi. Sembrano uniti ma non si sa bene da che cosa. Quello che conta è sopravvivere, tanto che i bambini sanno guidare i camion. E fumano.

Questo film è di un’importanza incredibile, sia per il cinema che per la nostra società. Ci fa vedere qualcosa che forse non vorremmo vedere. Si tende, infatti, ad andare al cinema per straniarsi dal mondo, allontanarsi dai problemi. Vivere le vite degli altri per un’ora o due.

Stavolta no, stavolta ci si sente coinvolti alla fine. Un’altra volta ve lo dico, andate a vedere questo film perchè a volta bisogna anche uscire con un groppo in gola dal cinema, con mille domande in testa. Non sempre felici e contenti che “tanto è solo un film”.

“CARPE DIEM”: IL MOTTO CHE LEGA ALCUNI TRA I FILM PIÙ BELLI DELLA CINEMATOGRAFIA MODERNA

Nel 2008 Bernardo Bertolucci fece un film bellissimo, ambientato nel 1968 a Parigi. Un film che ha cambiato la storia e la vita di molte persone, inclusa la mia: “The Dreamers”.

La trama, se non la conoscete, è molto semplice. Un ragazzo americano si trova a Parigi per motivi di studio proprio quando sta per esplodere la lotta studentesca e le rivolte operaie. Insomma, una Parigi colma di persone arrabbiate, in subbuglio, oppresse dal mondo che cambia. Un giorno, per caso (o per destino), incontra due ragazzi, che si scopriranno essere fratelli. Con loro intraprenderò una storia lunga tre giorni, almeno fin quando finisce il film. Tutto si ferma, tutto rimane sospeso nel nulla. Si rinchiudono in casa ed esplorano la profondità dell’animo umano. Ma quando la rivolta scende sulla piazza tutto cambia. Ma noi non verremo mai a sapere esattamente cosa cambia.

Il punto su cui ci focalizzeremo però non è il film in sè, bensì della scena del cinema. I protagonisti si trovano in una sala d’essai e sono seduti esattamente di fronte allo schermo. Alla fine del film, Isabelle dice che si sono seduti li perchè vogliono catturare ogni particella del film  prima degli altri, per farlo proprio e coglierne l’essenza primaria.
Trovo che sia una cosa affascinante e contorta allo stesso tempo. Adesso sappiamo che è pericoloso stare così davanti allo schermo perchè farebbe molto male agli occhi e gli schermi stessi si sono triplicati in grandezza quindi la vedo dura.

Eppure è bello provare a penetrare nel film mentre lo si guarda, è bello cercare di essere “puristi della cinematografia”, ovvero fare del cinema la propria essenza di vita. Alla fine mi sono fatta un’idea, o meglio, una teoria tendenzialmente sociologica a riguardo che collega “The Dreamers” con due a film altrettanto cult: “L’Attimo Fuggente” e “Giovani Ribelli”.

Il primo parla di una scuola preparatoria negli Stati Uniti, in Massachusetts, dove un gruppo di ragazzi viene invogliato dal professore di Inglese a intraprendere un viaggio alla scoperta della propria interiorità attraverso lo studio della letteratura e vivendo la vita secondo il motto “carpe diem”, ovvero cogli l’attimo in latino. Il secondo film, invece, tratta la storia di come Ginsberg è diventato Ginsberg e ha conosciuto Carr, Kerouac e Burroghs cambiando per sempre la storia della letteratura americana. Anche loro vivevano seguendo il dogma del “carpe diem”, succhiando davvero il midollo della vita.

In pratica, i film sono collegati tra loro da questo filone di ricerca della bellezza ma anche della continuità emotiva stessa. Ogni personaggio ha qualcosa da dire e si evolve secondo questo sistema. Passa da essere, in gergo, un personaggio piatto a uno a tutto tondo, scoprendo quale sia il suo scopo.

Per quanto riguarda Bertolucci, è il caso di Matthew: bravissimo studente diligente che scopre un lato di sè molto, molto inaspettato e comincia a porsi delle domande sul suo stesso essere Io.

Nel caso de l’Attimo Fuggente, invece, l’attenzione si sposta su Todd Anderson, timido ragazzo pieno di idee che passa dall’essere bloccato e indifferente a un poeta furioso e attivo.

Infine, Allen Gingerg in “Giovani Ribelli”: seguendo le orme di Lucien Carr intraprende un viaggio infinito alla scoperta di se stesso, arrivando fino all’estremo. Trovando nella vita una ragione d’essere fino ad arrivare al punto in cui pubblica le proprie opere e cambia per sempre il volto della letteratura.

Questi sono solo tre esempi, ne potrei fare tanti altri; è l’incredibile del cinema, come diceva mia nonna. Ogni regista crea o produce film diversi tra loro che hanno quasi sempre un filo di Arianna che li collega e li fa diventare un tutt’uno. Tutti, anche quelli ritenuti più sottili o scadenti, hanno qualcosa da dire, da insegnare. Proprio per questo andrebbero preservati e usati come esempio per ogni situazione della vita quotidiana.

Quando lo montagna

la montagna mi ha sempre affascinata. Ho sempre amato gli spazi aperti, le persone gentili. quando andiamo in montagna sono sempre più felice. QUANDO torno a casa soffro.

Insomma, ho voglia di montagna ma non posso averla perchè sono soffocata dagli impegni, dalle cose, dalle persone.

ma un giorno riuscirò ad andarmene.

 

When you think you can

Okay, so. I had this huge test today at Uni. And I was so scared, creeped out and anxious.
I was not so sure to handle it but then..I did.

You know how? Being confident about what I know and who I am. AND IT WORKED-

Well, actually. I spoke clearly, loudly, and I made it.
So, be confident.

But that is not the first step in succeding. You know, you also have to study. That’s the first one.

Studying is not easy but you can have your own way to do it, because you are great and you can do everything you want.

I can actually learn math, if I want to. But it will not because I hate it, lol.

but first and above all, in oreder to pass your tests (generally speaking) you MUST be happy, with yourself, your life, everything.

Why? Because if you are not happy all you will think about will be how to go back to the happy status. and you will fail all, falling in a vicious circle.

Dude, wake the hell up. Open your eyes. If you are unhappy you must rest, think, reborn and then you can keep on going.

First, you work on yourself, then on all the rest.

Think about it.

 

 

Headache

nobody will understand your headache until they have one on their own.

nobody will understand your headache unless they have one too.

So, the story of my life.

imagine telling someone you want to be friend with that you suffer every day from something like a headache.

they can literally laugh in your face.

like, “seriously? you think that’s funny?”

and I am like “have you ever suffered?”

I suffer, so get used to it.

 

 

What do I want to be?

I have no idea. Yesterday, I was listening to From the Heart conversations with Rachel Braten on Spotify (totally recommended!) and her husband told us he doesn’t know what to say when they ask him “what do you do?” and I was thinking I am indeed in his same position.

So, what do I have to do to find what I am, who I am and where I want to be in 5 years?

I have no clue, do you guys have clues?

Regarding nowadays life, I still am a student and have a lot of stuff to do, but still, I haven’t found myself in a position.

Nor I have friends or at least friends I can do stuff I like with.

I want a change, and I want it now.

Are you ready to follow my journey?

 

Just Wait

Quando ero piccola mi prendevano tanto, tanto in giro.

Si, ero quella sfigata che legge sotto il banco e copia il compito di scienze e parla da sola.

Si, sono quella che chissà magari il papà è morto perchè non si vede mai in giro. Eppure quel papà mi fa divertire un sacco e mi porta sempre al cinema. E, per la cronaca, ho anche un fratello.

Anche alle medie e al liceo mi prendevano in giro, anche all’Università.

Si, vivo fuori dal limite senza superare il limite, leggo troppo penso troppo parlo troppo.

Ma mi diverto tantissimo!

Sono anche fidanzata e va tutto bene.

Non mi fregate più.

Day 1

this is the day one.

day one of recollection. day one of the feelings combined through happiness.

I am grateful for the coffe I drunk this morning.

I am actually happy.

maybe is just the first day of true happiness.

or maybe I just slept well.

I have no idea.

 

Hi Gran, I miss you

okay, so.
This morning I woke up and I had a bad feeling. It was like when I was 5 and all the bananas in the house were gone and I cried for 3 hours straight.

Moving on, today I heard my gran’s voice in my head. this time so clearly I couldn’t miss out. She told me how great I am and how I will go far in life and that she is so proud of me and my improvements.

It kinda scares me, because she is so dead right now, I mean a lot of years has passed so this is quite strange but still. Maybe it’s God talking to me, I don’t know.

I pray a lot these days, so maybe He heard me and He is helping me out.
When I get home I remembered a dialaogue we had in Palestine few years ago: she told me to pursuit my dreams and not to stop thinking, reading, listening.

I will try to be better for her and not procastinate too much.

And I will start a youtube channel, to honor her.

 

Thank you to all the wonderful poetry creatives who made this possible! a conglomeration of poems- By Victoria Rein The lights on the ceiling fan flicker a lot and I dont know why. I don’t like to turn on those lights and rather I sit in the dark because that fan was at one point […]

via Poetry Slam — GIRL/GUN MAGAZINE

Uh, Ah, Uh

siamo sempre stati vicini, io e te. ci siamo sempre tenuti per mano ma non abbiamo mai pensato di essere rimasti cosi per sempre, immobili nella speranza di trovare un posto migliore dove stare.

ieri ho capito che devo essere meno rompicoglioni, oggi mi sono svegliata meglio. sará un caso? non credo, anche perché ho dormito uguale al solito.

devo diventare costante nelle cose che faccio, senza andare sempre a sbattere la testa.

si sta meglio cosi, giá.

La La Land

Ho voglia di vedere La La Land ma non riesco a trovare il tempo materiale per farlo.
Sono sempre perennemente di corsa.

Non so mai da che parte mi devo girare per arrivare a fare bene le cose che devo fare. E’ incredibile come voli il tempo anche quando si vuole che non succeda. E’ anche grave il fatto che io non abbia ancora trovato il regalo per teo.

Le cose in questo periodo stanno prendendo una forma assurda, senza senso logico.

E’ tutto un grande, grandissimo caos da cui non so come uscire.